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67esima mostra del cinema: extra

Mi vorrei accodare anch’io al flusso di recensioni cinematografiche che popolano WEME ultimamente e che tanto mi piacciono. Sfortunatamente non posso essere a Venezia in questi giorni di grande fermento e, soprattutto, di grande cinema. In questa Milano di fine estate mi è capitato di vedere uno dei film presentati nei primi giorni della Mostra del Cinema, si tratta dell’ultima opera di Julian Shnabel, “Miral“. Il miral è un fiore rosso che si trova ai bordi delle strade e che sicuramente avrete visto centinaia di volte. E’ così che la protagonista, interpretata da Freida Pinto (l’attrice e modella indiana resa celebre al di fuori di Bollywood dal film “The Millionaire”) si presenta all’inizio del film. Siamo a Gerusalemme Est, il film si apre con l’intreccio delle storie di diverse donne palestinesi che vivono e lottano in una città dove qualunque cosa è resa estremamente difficile a causa della guerra, straziante e interminabile. L’intreccio porta infine a Miral, una giovane ragazza che vive nell’orfanotrofio di Hindi al-Hosseini, interpretata dalla sempre meravigliosa Hiam Abass, una donna che ha donato la sua vita e tutte le sue risorse per aiutare bambini rimasti orfani a causa della guerra. La signora Hosseini cerca di crescere ed educare le “sue” bambine il più lontano possibile dagli orrori della guerra. Però Miral, una volta cresciuta, incappa rapidamente in un gruppo di attivisti che cercano di riappropriarsi della Palestina, cosa che, chiaramente, le porta non pochi problemi, costringendola anche a calpestare i propri affetti. Il film è basato sull’autobiografia di Rula Jebrael, giornalista, scrittrice e attuale compagna di Shnabel. Il pittore-regista, come ormai tutti sanno, mescola le sue due arti creando film che sono capolavori di fotografia e colore; forse però in questo caso la storia molto forte di Rula e quella ancor più forte del suo Paese non sono riuscite ad esprimersi al massimo. Per molte parti del film si oscilla tra la mediocrità di un racconto dalle note un po’ banali e la magia di alcuni dettagli di regia, immagini merivigliose che rimangono impresse nella mente anche a film finito.

67esima mostra del cinema: giorno 5

1. La Passione - Carlo Mazzacurati, voto 7

Commedia agrodolce per Carlo Mazzacurati: un regista (Silvio Orlando) in crisi d’ispirazione e d’identità, tacciato di incompetenza dal proprio produttore e di scarsa originalità dalle attrici che dovrebbero interpretare i suoi film, per una serie di circostanze si trova a dirigere la processione del Venerdì Santo in uno sperduto paesino toscano. Film piacevole, divertente e tuttavia non privo di spunti di riflessione: emerge infatti un velato intento critico da parte del regista nei confronti di un paese corrotto, retrogrado, e decisamente più interessato alla forma delle cose che alla loro sostanza.

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67esima mostra del cinema: giorno 4

1. Hitparzut X (Naomi), di Eitan Zur, voto 7

Un thriller israeliano che di israeliano non ha molto: intendo dire che se vi aspettate un film che mette in scena le rotture politiche rimarrete delusi. In compenso il film è ben costruito e avvincente, a tratti risulta persino esilarante. I presupposti della storia sono canonici: amore e gelosia, ma gli sviluppi sono, andando avanti, sempre più originali e inaspettati.

2. Noir Océan, di Marion Hånsel, voto 7

Quasi interamente ambientato su una nave militare, il film riesce ad intrecciare la disperata solitudine dei giovani membri dell’equipaggio e l’abominio degli esperimenti nucleari in Polinesia. Ottimi l’interpretazione dei protagonisti e lo sguardo del regista che trasmette efficacemente il loro spiazzamento e la loro alienazione.

3. Passione, di John Turturro, voto 4

In questo film Turturro si propone di raccontare le diverse sfaccettature dell’anima musicale di Napoli; per fare ciò mette insieme un cast molto variegato: da Peppe Barra a Raiz, da Mina a Gennaro Cosmo Parlato, da Massimo Ranieri ad Enzo Avitabile ed anche Avion Travel, James Senese, ecc. Detto questo si può ancora sperare nel capolavoro, ed in effetti alcune (non molte) interpretazioni sono toccanti, veraci. Ma il film è condito da una fotografia videoclippara e da scenette/sceneggiate rigide e un po’ grottesche che privano i pezzi di ogni emozione. In più vi sono rferimenti storici, spezzoni d’archivio, sequenze “questa è la vera Napoli” e fastidiosissimi interventi da parte di Turturro stesso che risulta quasi sempre fuori luogo. Più che un racconto col cuore in mano, un minestrone che scade spesso nell’elogio patetico. Meglio ascoltare solo la colonna sonora, e neanche tutta.

67esima mostra del cinema: giorno 3

Eccoci di ritorno con le recensioni quotidiane dei film visti alla Mostra del Cinema, dopo un giorno di pausa per una mini trasferta a Bologna di cui non mancheremo a breve di raccontarvi.

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L’immagine del giorno

poster IBM

67esima mostra del cinema: giorno 1

Grazie al magnanimo ufficio stampa della 67esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, parte del team Weme è stata accreditata in veste di “media-press” e può di conseguenza vedere tanti film. A patto che quotidianamente scriva un resoconto della giornata. Di seguito l’agognato badge con tanto di fotografia imbarazzante.




Ecco dunque il primo resoconto:

1. Black Swan, voto 5,5553

Lo psicho-thriller di Aronofsky (Pi greco, Requiem for a dream) non annoia. Una ballerina fragile e precisina che vuole essere perfetta (Natalie Portman), una madre oppressiva, un coregrafo geniale ma duro e senza scrupoli (Vincent Cassel). Il regista non cela i momenti cruenti, il dolore e la sofferenza, spesso però l’impressione è di assistere ad un film horror, di quelli che usano il volume alto all’improvviso per spaventarti; riuscendoci. Cosa c’è di bello? Natalie Portman, Vincent Cassel, le musiche, i costumi, il trucco.

2. Le bruit des glaçons, voto 7

Un film che consiglio. Una commedia francese molto divertente basata su di un escamotage molto semplice: uno scrittore beone incontra il suo cancro; avrà modo di conoscerlo, di arrabbiarsi con lui, scherzarci, confidarsi.

3. Chen Zhen, voto 5

Un film cinese di kung-fu.

4. Machete, voto 8

Esattamente ciò che ci si aspettava. Un film nato cult.

Importanti novità per le tesi

Per gli studenti Clasvem che intendono laurearsi prossimamente, è stata introdotta un’importante novità. Si tratta della consegna anticipata del lavoro svolto, per la precisione almeno 20 giorni prima. La vera novità sta nel fatto che d’ora in poi la tesi consegnata in segreteria dovrà essere definitiva. 20 giorni in meno per completare il proprio lavoro: un climax di ansia, frustrazione e infine disperazione.

Ebbene, questa rigida norma (introdotta da Gillian Crampton Smith) è giusta e lodevole, perché implica che la tesi avrà un lettore, ulteriore ovviamente al relatore ed ai vari correlatori. Molto spesso accade che ci si basi sulla presentazioncina da 10 minuti per valutare il lavoro, vi sono dunque due rischi:

1. il lavoro dello studente è sottovalutato o persino frainteso a causa del poco tempo a disposizione;
2. il lavoro dello studente è sopravvalutato, grazie ad una presentazione che lascia intendere un lavoro molto più profondo di qual è in realtà.

Ecco che finalmente il lavoro di ricerca (che è ciò che conta maggiormente nella lunga prospettiva) acquista la dignità che merita, perché risulta piuttosto semplice mostrare gli esecutivi di un progetto, rispetto al laborioso processo che ha portato ad essi.

Altra norma meno condivisibile: la tesi consegnata in segreteria dovrà essere in A4, sebbene vi sia la possibilità di presentare alla commissione un libro di diverso formato se questo aspetto è parte integrante del progetto. Chi impaginerà 2 volte il proprio lavoro? Certamente in pochi. Penso che convenga a questo punto porre l’A4 come limite massimo di dimensioni.


Le scadenze.
Per coloro che hanno fatto ricorso ai sali quando hanno ricevuto il bollettino delle tasse: ciò che bisogna fare è consegnare questo modello compilato con tanto di firma del relatore entro la fine di ottobre.

Maggiori info in questa pagina.

12° Biennale di Architettura

Da ieri, 29 agosto, è ufficialmente aperta al pubblico la 12° Biennale di Architettura. Questo è stato il primo anno in cui ho assistito in prima persona alla sua apertura e, devo ammettere, che i giorni che precedono il grande evento sono stati davvero interessanti e fanno assumere alla mostra tutta un’altra faccia, molto diversa da quella che vedrebbe un normale visitatore nei prossimi mesi (la mostra è aperta fino al 21 novembre). Avendo collaborato (in minima parte) alla costruzione del Padiglione Canada, ho potuto vedere l’intero processo del “farsi” di una Biennale: tutto appare desolato e dimenticato fino alla metà di agosto, poi di colpo i team di ogni padiglione impiegano tutte le loro energie per fare in modo di essere pronti per la fatidica data, il 26 agosto, giorno in cui la giuria fa il suo giro per valutare le opere.
Dopodichè la strada è tutta in discesa, si fa per dire. Dal 27 agosto i cancelli sono aperti ai giornalisti e agli accreditati, i quali corrispondono ad un numero esorbitante. Non vorrei esagerare, ma sembrava di essere già arrivati al week-end prima della chiusura, tanta era la gente che svolazzava di padiglione in padiglione; chissà quanti articoli sono già stati scritti su questa Biennale, forse migliaia. L’unica differenza che ho notato rispetto ad un normale giorno di apertura sono stati gli abiti: tutti sfoggiavano la tenuta migliore, soprattutto le donne che non si sono fatte intimidire dal malefico ghiaino dei Giardini ed hanno indossato tacchi vertiginosi, non senza qualche difficoltà.
Fin dal mattino di venerdì 27 si sono susseguite, una dopo l’altra, le inaugurazioni ufficiali di tutti i padiglioni, ognuna accompagnata dagli stuzzichini e prosecchini d’ordinanza; è stato in quel momento che la vera gara ha avuto inizio: nessuno aveva intenzione di tornarsene a casa senza aver bevuto, mangiato ed essersi accaparrato almeno una borsa per ogni padiglione.
L’evento più atteso del week-end è stata l’inaugurazione del Padiglione Italia, tenutasi sabato 28.
Quest’anno il padiglione è intitolato AILATI riflessi dal futuro, un gioco di specchi con la parola “Italia” per un percorso che vuole essere una nuova lettura dell’architettura contemporanea vista attraverso uno sguardo laterale e originale.
Lo spazio del padiglione, grande quattro volte quello di un padiglione normale, è scandito da tre diversi temi: “Amnesia nel presente. Italia 1990-2010″ i passati venti anni, “Laboratorio Italia” l’architettura nel presente e “Italia 2050″ i progetti futuri. Sarà stato per l’allestimento davvero ben fatto, sarà stata la magica presenza di Sgarbi, però in questo padiglione si respirava un’aria diversa, impossibile non notare il grande lavoro che ci sta dietro, capisco bene perchè Luca Molinari (il curatore) si sia emozionato al momento del suo discorso.
Bè, non vi resta che andare a vedere con i vostri occhi questa 12° Biennale, vi consiglio in particolare l’Arsenale, sempre che non abbiate fatto parte dell’orda di pseudo-giornalisti che l’hanno già visitata.

Un compendio di information visualization

Chiedete a un biologo, un informatico, o un giornalista il significato della parola “informazione”, e otterrete tre risposte molto diverse tra loro. Chiedete alle stesse tre persone il significato della parola “design”, e otterrete ancora tre risposte molto diverse tra loro.  Se la parola Informazione viene comunemente intesa in N modi diversi, e la parola Design viene comunemente intesa in M modi diversi, si capisce che la locuzione Information Design possa essere intesa in NxM modi diversi. Per questo non mi piace sentire parlare di design dell’informazione. Invece, qualcosa di ormai ben definito e’ il concetto di Information Visualization, una disciplina con le sue riviste e i suoi libri di testo (il migliore e’ quello di Colin Ware).

E’ appena uscito questo “A tour through the visualization zoo”, un articolo che condensa molti esempi in poche pagine. Viene dal gruppo di ricerca di Jeffrey Heer a Stanford University. Centrale, nella maggior parte delle tecniche di visualizzazione illustrate, e’ l’aspetto algoritmico.

Letter upon letter, a thousand stairways to the stars

Spesso ho l’impressione di non cogliere il mistero che si cela dietro la pratica tipografica. Francamente la cosa mi turba perché la tipografia è in un certo senso la sostanza stessa della professione del graphic designer. Qual’è stato e qual’è ancora oggi il significato dell’organizzazione coscienziosa di lettere e immagini? Cosa resta di quella rivoluzione che è stata la nascita e la diffusione del libro stampato?

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L’immagine del giorno

Romain Laurent

Gli studenti vogliono l’Opensource – Progetto GNUnisi, Università degli studi di Siena

Il Consiglio Studentesco, attraverso i propri rappresentanti, ha presentato nella seduta del Senato Accademico del 7 giugno 2010, una mozione in cui si chiedeva all’Amministrazione di utilizzare formati aperti per i documenti legati all’attività amministrativa, e di intensificare la realizzazione del progetto GNUnisi per favorire l’adozione di applicativi a codice aperto sia in ambito amministrativo che didattico. Questo tipo di feedback proveniente proprio dagli studenti, che riteniamo essere l’utenza cruciale per un Ateneo, oltre a farci estremo piacere, ci spinge a continuare con ancora maggiori energie sulla strada intrapresa, magari affiancando alla migrazione materiale dei PC, altre attività rivolte alla formazione e alla diffusione del software libero. Abbiamo già delle idee in mente, speriamo che presto possano concretizzarsi. Per ulteriori informazioni sulla mozione andate a questo indirizzo mentre qui trovate la risposta dell’Amministrazione.

via Progetto GNUnisi, Adozione e diffusione di software libero nell’Università degli Studi di Siena  Gli studenti vogliono l’Opensource.

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